22/12/2009

Editoriale di Edmondo Bertussi

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Per una rivolta morale

 

Con gli auguri di Buon Natale e di un Anno Nuovo più sereno di quello che abbiamo "attraversato", si offrono pic­coli spunti per importanti riflessioni con chi abbiamo vicino e più caro, figli, ni­poti, amici. L'impressione è che se non si riparte da li, in casa, quotidianamen­te, con tenacia, sia cominciata una de­riva con approdo che sicuramente non è quello sognato dai "resistenti" di ieri e di oggi: urge una "rivolta morale" nel nome dei valori universali di libertà, fra­ternità, giustizia ed uguaglianza.

Il primo è rivolto soprattutto a tante ammiratrici (e votanti) dei moderni "sul­tani" nostrani e non.

Perché un silenzio così assordante su un fatto recente, sulle "lezioni religiose "col libretto verde del colonnello Gheddafi alle quali erano ammesse solo ragazze alte almeno 1 e 70, possibilmente bionde, tacchi minimo 7 cm. e taglia inderogabile 42? Tutto a Roma durante un appunta­mento internazionale come quello della FAO. dove si ricordava che ogni sei se­condi muore di fame un bambino. Perché il fiume di discorsi e petizioni di questi mesi sulla degradazione del cor­po delle donne, oggetto da esibire co­me gingillo con canoni di bellezza dove l'intelligenza è solo mortificata, si è ina­ridito improvvisamente?

Il sindaco di Cortenuova (Bg) è stato in­vestito da una bufera politica sollevata dall'opposizione (Lega e Pdl) per aver dato ascolto (500 euro) ad una famiglia nigeriana che chiedeva aiuto per rimpa­triare la salma di un congiunto. Un certo Carlo sul sito Bergamo news.it ha scrit­to: "Che senso ha promuovere raccolte di firme per la difesa del Crocifisso e poi non mostrare carità cristiana?"

Infine: le riforme ( da quelle sulla giustizia a quelle sull'acqua ... ) vanno fatte perché servono a tutti i cittadini o a qualcuno? "Chi rappresenta le istituzioni deve essere buon esempio di impegno ,dovere, valori ideali e morali. Un paese è rispettato se è rispettabile, se non offende immigrati e minoranze" (Giorgio Napolitano all'aper­tura dell'anno scolastico)

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Monumento alla Resistenza a Gardone VT

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31 Maggio:

il Monumento alla Resistenza a Gardone Val Trompia

Si è inaugurato,con grandissima festa, il 31 maggio a Gardone VT nel nuovo parco in zona centralissima (ex Redaelli) il monumento alla Resistenza che, volutamente per ricordare tutte le sue componenti non porta nomi ma solo il testo di Calamandrei sulla Costituzione e la preghiera del Ribelle di Teresio Olivelli. Progettato dall'architetto Adria­no Rosa, disegna nel marmo uno scrigno che raccoglie la Costituzione circondata dalle torri di difesa degli ideali partigiani.

Davanti su una colonnina stilizzata la targa bronzea del presidente Giorgio Napoletano.

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Le Foibe: oltre i silenzi, le rimozioni, le strumentalizzazioni

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Questo il titolo di un convegno pro­mosso dalla rivista "Storia e Memoria", semestrale dell'Istituto Ligure per la storia della Resistenza e dell'età con­temporanea. Con la partecipazione dei più qualificati studiosi della mate­ria: Vinci, Mantelli, Bertuzzi, Spazzali, Troha, Rumici, Oliva, Pupo, Belci, Germinario.

Certo è che il silenzio che per lun­go tempo ha accompagnato que­sto fenomeno, una sorta di rimo­zione politico-freudiana, ha con­sentito che una vicenda oltremodo complessa fosse ridotta a somma­rie considerazioni. Da un lato la ri­nuncia del PCI italiano, in nome dell'internazionalismo proletario, a giudicare severamente l'ambiguità di certe condotte, dall'altro il basso profilo tenuto dalla DC degasperiana e degli stessi Alleati di fronte al dram­ma dei profughi e alla questione della sovranità limitata italiana su Trieste, per non indebolire Tito dopo lo strap­po con Mosca.

E' alla luce di queste due considera­zioni che si deve guardare al "tabù" delle foibe, raramente affrontato dalla storiografia e del tutto ignorato per decenni dalla pubblicistica scolasti­ca. Un vuoto che ha lasciato tracce nella proliferazione di libelli dema­gogici e l’alimentazione di nuove dozzi­nali polemiche, funzionali a precise operazioni di legittimazione (e spe­culare delegittimazione) politica.

Il convegno di cui ci occupiamo a partire da questo numero, si ripropo­ne di fare un rigoroso bilancio della storiografia italiana e slovena, relativa­mente a una tragedia la cui dinamica va inserita in uno specifico contesto storico, caratterizzato da una pluralità di elementi: nazionalistici, ideologici, politici, sociali, etnici.

Ci si augura che le Amministrazioni bresciane tengano conto di questo contributo e non continuino ad affida­re a persone di scarsa o nulla cultura storica il compito di parlare di foibe nelle scuole, impiegando oltretutto ingenti fondi pubblici.

Incominciamo con il riportare una sintesi dell'intervento di Anna Maria Vinci, dal titolo:

 

Vent' anni di politica Fascista nell’area orientale.

 

Per capire ciò che rischia di essere una nebulosa, bisogna conoscere il contesto da cui il fenomeno è nato: il disastro del primo dopoguerra. Qui le distruzioni maggiori, gli sconvolgi­menti più radicali, il potere militare che sostituisce e sovrasta il potere civile, esercitando il diritto di conqui­sta come dominio assoluto. I poteri forti, militari ed economici, puntano ad una vittoria "non mutilata": un'idea mito che attraversa tutto il ventennio, inarcandosi nei discorsi di propagan­da che parlano di Trieste come "la nuova trincea d'Italia per la sua ne­cessaria espansione verso il mondo danubiano, levantino, balcanico".

Un tema legato alla "spigolosa ruvi­dità del risveglio" in queste zone, che rinforza il senso di spaesamento, ri­guarda la cittadinanza, resa spesso complicata da ottenere, creando un vuoto colmato da presenze di nazio­nalità italiana e non sospette politica­mente.

Significativa la vicenda del clero "allogeno": nel 1923, su 63 domande la prefettura ne respinge 41, anche se poi il richiamo del Ministero dell'in­terno la invita a rivedere tale rigore: è in fieri il riavvicinamento del fascismo al mondo cattolico, quale si evince da una lettera dell'arcivescovo di Pola a Mussolini, dove si pone l'equivalenza clero/mantenimento dell'or­dine.

Tuttavia solo uno dei 41 ricorsi degli esclusi dalla cittadinanza viene ac­cettato dal Prefetto di Trieste.

Il "fascismo di frontiera" si esprime dunque con aggressività nei confron­ti dei nemici interni ed esterni: le squadre armate, guidate dal toscano Francesco Giunta, si coniugano con il senso di "guerra non finita e da non finire" dei poteri militari e scorrazza­no da un capo all'altro della regione, raccogliendo i disorientati, gli inquie­ti, masse di persone rifiutate da altri schieramenti. La loro violenza è de­vastante, secondo modelli e tipologie di carattere bellico.

Nel 1920 l'incendio del Norodmi Dom e paralleli atti di violenza a Pola e Pisino, segnano una data di svolta simbolica: "La Venezia Giulia" - affer­ma il Giunta - "ha il posto che nel medioevo ebbero le marche di confi­ne contro l'invasione straniera"

La federazione del fascio di Trieste conta, nel 1921, 14.000 iscritti. Il loro progetto è un coacervo di ideologie di ordine e ribellione, gerarchia ed eversione per una nuova idea di na­zione e patria.

Piero Pisenti, rappresentante della borghesia agraria e industriale friula­na, futuro ministro di Salò, sostiene che la dittatura è necessaria come "imperio della parte più sana della nazione sui partiti degenerati, come imposizione necessaria e violenta dell'ordine".

I ceti medi, da parte loro, avanzano altisonanti richieste contra barbaros, invocando l'espulsione di tutti gli "stranieri".

L'eversione, fattasi violenza di Stato, ha, con l'ossessione dell'omologa­zione, l'obiettivo di distruggere l'iden­tità slovena e croata in quella che è ormai considerata solo patria italia­na.

La "bonifica" etnica della regione, in nome della cultura della razza supe­riore, viene attuata innanzitutto im­pedendo l'uso pubblico della lingua slovena e croata (abolizione della stampa "allogena", soppressione dell'insegnamento, chiusura dei cir­coli culturali).

Una legge del 1926 prevede che si debbano "restituire di fatto e d'auto­rità" i cognomi in forma italiana e si affida tale "riduzione" al PNF.

A tali provvedimenti si accompagna­no la persecuzione di preti, maestri, capi villaggio e la liquidazione del tessuto cooperativo e creditizio sla­vo. La borghesia impiegata negli uffi­ci pubblici,

nelle professioni e nell'economia pri­vata viene sostituita da uomini di provata fede italiana.

Senza dimenticare l'azione deterrente dei provvedimenti polizieschi (ammoni­zione, confino, carcerazione, condanne a morte del Tribunale Speciale) e la creazione dell'Ispettorato speciale del Carso con fini di controllo capillare dell'area.

Alla fine degli anni Trenta, quando co­minciano a soffiare venti di guerra, l'azione di "bonifica" accentua il pro­cesso di "saturazione" del territorio mediante "la presenza della nostra razza".

E' lecito parlare di razzismo coloniale nei confronti degli slavi, con deva­stante efficacia. Il concetto di civiltà contro non-civiltà legittima linguaggi aspri, denigrazione, violenze, che scavano un'offesa profonda, cresciu­ta a dismisura e di cui il fascismo ha giocato un ruolo decisivo.

La stessa Chiesa cattolica viene esposta alle pressioni, anche dopo il 1929, e numerosi preti sloveni e cro­ati sono mandati al confino, senza contare l'allontanamento dell'arcive­scovo di Gorizia e del vescovo di Trieste.

Forti spinte migratorie verso l'Ameri­ca o la Jugoslavia scompaginano i nuclei croati e sloveni, un esodo dif­ficile da quantificare: tuttavia i dati del censimento del 1939 rivelano un calo della popolazione slava entro i confini del Regno d'Italia. Mentre la presenza, ancora, di 400.000 "allo­glotti" , alla vigilia della guerra, suona come minaccia per il regime e falli­mento dell'opera di snazionalizzazio­ne delle popolazioni slave.

Il frutto avvelenato di vent'anni di la­cerazioni ed insipienze viene così la­sciato in pasto alle nuove violenze che solo la guerra è in grado di ali­mentare: una nuova ondata di intolle­ranza, nei confronti di slavi ed ebrei, scuote nel 1941 la città di Trieste. "Squadroni della morte" si aggirano, seminando terrore ed evocando lo spettro della vendetta.

Basta questo a spiegare quanto ac­cadde nel dopoguerra?

La tragedia della guerra e dell'occu­pazione fascista della Jugoslavia va confrontata con altri progetti di vio­lenza e con altri abissi di odio che nessuno volle o fu in grado di con­trollare. La vendetta fu spesso un pretesto, mentre la violazione dei di­ritti dell'uomo fu una realtà che nes­suna promessa di un mondo migliore poteva giustificare.

La necessità di spiegare non deve togliere nulla alla rilevanza degli ac­cadimenti, alle fratture e lacerazioni che hanno voluto capovolgere il pas­sato, ma con le stesse logiche di di­sumanità. Spiegare non serve, se non c'è questa presa di coscienza che è anche smarrimento.

 

Bibliografia essenziale:

 

- A.VINCI,

Il fascismo al confine orientale, in Storia d'Italia. Le regioni dall'unità a oggi Friuli Venezia Giulia. Torino 2002

- E.COllOTTI,

Sul razzismo antislavo, in BURGIO (a cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d'Italia 1870-1945, Bologna 1999

- A.MILLO,

L'élite al potere a Trieste. Una biografia collettiva, 1891-1938, Milano 1989

- VERGINELLA, VOLK, COWA,

Storia e memoria degli sloveni dellito­rale. Fascismo, guerra, resistenza, Trieste 1994

- D.MATTIUSSI,

Il partito nazionale fascista a Trieste, Trieste 2002

- M.CATTARUZZA,

Nazionalismi di frontiera: identità con­trapposte sull'Adriatico nord-orientale, 1850-1950, Soveria Mannelli 2003

- CATTARUZZA, DOGO, PUPO,

Esodi. Spostamenti forzati di popola­zione nell'Europa del Novecento, Napoli 2000

- F. CECOTTI,

Un esilio che non ha pari, Gorizia 2001

 

 

Bruna Franceschini

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