Da Non dimenticare

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DELIA CALASI: la “fatina” della 54A brigata Garibaldi: Lo scorso agosto è morta, a 98 anni, la “piccola fatina” della brigata, come l’ha definita il dottor Franco Tentoni, quando gli ho chiesto di parlare di lei. Lui l’ha conosciuta nell’ottobre del 44: lo avevano catturato a Breno, consegnato alla GNR e trasferito a Padenghe. Quindi al carcere di Brescia. E Delia, spacciandosi per la sua fidanzata, lo andava a trovare, portandogli cibo e biancheria pulita. Sapeva di rischiare grosso, ma non se ne curava. Aveva saputo della sua cattura dall’amica Edda Bogarelli e si era assunta l’incarico di rendergli il carcere meno penoso. Di aspetto grazioso e gracile, evocava una figura botticelliana, ma dietro questo universo di singolare bellezza si nascondeva una coraggiosa combattente per la libertà.

Oltre ad essere la staffetta della 54° aveva trasformato la sua abitazione di via S.Chiara 24 in un centro di smistamento di volantini, giornali clandestini, tessere di riconoscimento. Attività che la portò in carcere dopo che la questura, a dicembre dello stesso anno, irruppe nella casa di Chiarina Bono, in piazza Garibaldi: ci trovò Pina Romelli, la moglie del comandante della 54° la staffetta Cat e la giovanissima Rosi, che stava scrivendo il suo diario. Questa non fece però in tempo a buttarlo nella cenere, cosicché il prezioso quaderno cadde nelle mani della questura. Pochi giorni dopo anche la casa di via S.Chiara veniva perquisita e, dietro una botola del sottotetto, scovato il nascondiglio dell’avvocato Leonida Bogarelli, fratello di Edda e uomo di punta della Resistenza bresciana. Arrestarono entrambi e fu così che Pina, Rosi e Delia passarono insieme il giorno di natale 1944 nella cella della Questura di via Musei e si spartirono la cioccolata mandata dalla mamma di Delia. Poi le donne furono divise: madre e figlia rimasero in via Musei, Delia fu mandata a Canton Mombello, dove rimase fino al 14 febbraio del 1945.

La nipote Paola Favero, che aveva pochi mesi di vita quando Delia fu arrestata, racconta come sua madre, affezionatissima alla sorella, abbia perso il latte per lo spavento. Si profilava quindi un reale pericolo per la sopravvivenza della piccola. Allora il questore, per l’insistenza di nonno Lino, concesse che le due donne si parlassero, stando una sulla strada, l’altra alla finestra della cella.

Delia rassicurò la sorella, le disse che stava bene e che spesso cantava anche con le sue compagne. Fu così che il latte, come per magia, tornò.

Ma l’impegno della “fatina” non finì con la Liberazione: quando i Sinigaglia, fuggiti da Brescia perché ebrei, tornarono nella loro città, Delia si prodigò nel dare lezioni alla loro figlia Anna, per farle recupe­rare gli anni perduti nel campo di concentramento svizzero.

Era una bravissima insegnante di latino, e ci si dedicò tutta la vita.

Una vita riservata, vissuta nel rispetto della libertà e della tolleranza nei confronti di tutti, oltre che nel ricordo di un uomo che amò molto ma che, mandato a conquistare il “posto al sole” in Abissinia, agli ordini , del famigerato Graziani, non resse agli orrori di cui era costretto ad essere, se non complice, spettatore. E si tolse la vita. Di questa inten­sa storia d’amore la famiglia conserva gelosamente il carteggio.

Nonostante abbia ricevuto la croce al merito per la sua attività antifascista, la sua morte è passata quasi inosservata, alle istituzioni e alla maggioran­za degli antifascisti. Forse per via dell’afa estiva, forse perché “mala e tempora currunt”, come direbbe lei, nella lingua che ha tanto amato.

 

REMO CAPACCHIETTI: una vita dedicata a tenere viva la memoria.

Aveva rifiutato l’arruolamento tra le file di Salò, per questo era finito nel campo di concentramento in Germania, come altri 600.000, di cui 50.000 non tornarono più.

Lui sopravvisse alla vita di stenti e violenze subite, ma non fece come tanti che si lasciarono scoraggiare dalla noncuranza e dal distacco di chi era rimasto. Egli dedicò la vita a raccontare alle giovani generazioni gli orrori di quella tragica esperienza, ad insegnare la pace e a non essere indifferenti di fronte alle ingiustizie, alle prevaricazioni, alle discriminazioni. Volle, con la sua testi­monianza portata di scuola in scuola, sollecitare i giovani a partecipare attivamente alla vita sociale e politica del proprio Paese, perché la storia non si ripeta.

Per trent’anni segretario della federazione bresciana dell’ANEI, , ha sempre dato il suo contributo alla Circoscrizione, ruolo tare alle che gli è stato riconosciuto dal vicesindaco Rolti, presente alle esequie.

TERESA SARTI STRADA: Vogliamo ricordare, seppure con ritardo, la scomparsa di una donna che è stata per tutti un esempio di coraggio e determinazione, sia nell’affrontare la propria malattia con serenità sia nel dare impulso all’attività solidaristica di Emergency.

SINA VITIORIO, Marcheno: E’ scomparso prematuramente il 24 settembre scorso, a Marcheno, Vrttorio Sina.

Classe 1946 aveva fatto l’autista della Sia e per questo era molto conosciuto: sempre attivo nella sezione Anpi del paese e membro del direttivo lascia la moglie Liliana, i figli Carlo e Marco e tanto rimpianto negli amici.

 

GIUSEPPE ZUBANI: La sezione Anpi di Marcheno ricorda la recente scomparsa, il 14 ottobre, a soli 68 anni dell’amico Giuseppe Zubani si era iscritto come simpatizzante assieme ad altri coscritti a testimoniare la fede negli ideali della Resistenza, sempre rinnovata ogni anno anche con la tessera. Operaio alla Redaelli, Giuseppe aveva subito un infortunio che l’aveva costretto a casa anzitem­po. Celibe, lo piangono i fratelli Severino,Carlo e Faustino con le sorelle Gabriella, Anna, Alice.

 

CIOCCHI GIOVANNI: a 89 anni è scomparso Giovanni Ciocchi, marchenese originario di Inzino. Operaio della Beretta nell’anteguerra, soldato geniere in Albania, reduce dalla Russa e poi nella Resistenza nella zona della Fratta.

Ferito, nascosto da contadini, scoperto in un rastrellamento fu deportato a Mathausen dove venne liberato il 5 maggio del 45. È rimasto sempre vicino ad Aned e Anpi. Lascia la cara moglie Gina ed il figlio Ivan.

FAUSTI GIOVANNI: doveroso ricordare la scomparsa nell’anno di Giovanni Fausti classe 1925. combattente e partigiano. Importante per Marcheno: sindaco, presidente sempre impegnato delle sezioni Anpi e Combattenti e Reduci locali,figura esemplare di cittadino e democratico. Alla moglie Leonilde, alle figlie Ilena ed Elise e ai famigliari il cordoglio di tutti.

GIUSEPPE CAEM:  profondo dolore nella comunità marchenese per la scomparsa improvvisa di Giuseppe Caem, classe 1941 fin ne da giovanissimo impegnato nel paese, presidente della Famiglia cooperativa, dell’Asilo. dell’Associazione Anziani e da sempre nell’Anpi, attivo tesserato. Un esempio indimenticabile. Alla famiglia il cordoglio di tutta l’Anpi.

Da Non dimenticareultima modifica: 2009-12-21T08:33:27+00:00da anpironc
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