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Storia di 23.826 italiani deportati in Germania

Per gli «assassini della memoria» c’è un nuovo, insormontabile, ostacolo: nomi, dati anagrafici e storia dei 23.826 italiani (22.204 uomini e 1.514 donne) deportati, tra il 1943 e il 1945, per mo­tivi politici in Germania nei campi di concentramento. Un lavoro gigantesco promosso dall’ Associazione nazionale deportati (An ed) che ora trova sistema­zione organica nel primo volume, di tre, dell’opera Il libro dei deportati 1943-1945 (Mursia, 2554 pagine, 120 euro) di Nicola Tranfaglia, Brunello Mantelli, Francesco Cassata, Giovanna D’Amico, Giovanni Villari, in uscita il 27 gennaio, giorno della memoria.

Un’iniziativa editoriale ché segue ide­almente Il libro della memoria (sempre Mursia) di Liliana Picciotto sugli ebrei italiani trucidati nei campi di sterminio tedeschi e che rappresenta una pagina definitiva della «storia nazionale» parte di quella europea.

Dare volto ai som­mersi – questo l’obiettivo del libro che ha in appendice 200 pagine di grafici e di ta­belle – è costato anni di lavoro ed è dovu­to alla caparbietà di due ex internati:

Bruno Vasari, già presidente dell’Aned di Torino, scomparso di recente, e Itala Tebaldi che promosse il censimento dei deportati e la predisposizione del primo archivio, circa 45 mila nominativi.

La storia della deportazione indica subito un primo elemento: nessuna provincia dell’Italia del 1943 ne è stata esente, nemmeno le isole e quelle aree del meridione che non conobbero l’oc­cupazione tedesca, la Repubblica so­ciale e la conseguente Resistenza. Di sicuro, tuttavia, la prevalenza nella pro­venienza va ascritta alle regioni del nord. Dei 22.826 italiani rinchiusi nei Konzentration Lager (KI), 11.432 furono designati come Schutzhaftling (deportati per motivi di sicurezza), 3.723 come Politisch (in buona parte già presenti nel casellario politico centrale dell’Italia fa­scista), 801 come «asociali», 779 come prigionieri di guerra, 198 come «crimi­nali abituali» (detenuti in carceri italiane e consegnati da Salò ai tedeschi), 170 come lavoratori civili rimasti intrappolati in Germania, 7 come religiosi (cattolici) e 15 come ebrei-politici.

Per i restanti non ci furono specifi­che, ma fu chiaro per tutti i deportati, man mano che la Germania aveva biso­gno di forza produttiva, la natura della deportazione: il lavoro coatto. Le morti furono, sul totale, 10.129, una percen­tuale vicina al 50%, che arrivò al 55% nel lager di Mauthausen. Fu tuttavia Dachau, con 9.311 persone, il luogo con il maggior numero di deportati ita­liani; a seguire, Mauthausen con 6.615.

 

Pierfranco Pellizzetti, “Fenomenologia di Berlusconi”.

Manifestolibri,2009

 

Dalla fenomenologia di Mike Bongiorno, che segnalava nella mediocrità e nella banalità una delle derive del Belpaese, alla fenomenologia di Berlusconi, per sottoli­neare che oggi questa banalità, da semplice, è diventa­ta banalità “mannara”.

Mannara perchè è ormai egemone, perchè si sta divo­rando le virtù civiche e ciò che resta di un paese civile decente, perchè controlla gli strumenti di produzione dei codici della apprezzabilità sociale, perchè sta rico­struendo l’intero Paese volgendolo verso una inquietan­te mutazione antropologica.

Lettura necessaria per cominciare a costruire un nuovo e forte impianto valoriale capace di resistere e contra­stare questa deriva, allo scopo di sradicare dall’imma­ginario italiano il modello osceno e gaglioffo di antropos che vi si è insediato.

 

 

Guido Crainz, “Autobiografia di una repubblica”

Donzelli editore, 2009

 

Dove affonda le sue radici l’Italia di oggi? Guido Crainz, mos­so da un disagio intellettuale e interpretativo, cerca le radici dell’Italia di oggi non tanto nelle suggestioni degli antichi vizi  italici quanto nella storia concreta della Repubblica, dall’eredità del fascismo, dalla nascita della “repubblica dei partiti”, dalla cupezza della guerra fredda, dalla fragile e contraddit­toria esperienza del ’68, dal buio degli anni di piombo, fino ai e lunghi anni del riflusso, dell’imperiosa affermazione dell’inte­resse privato a scapito di quello collettivo, dell’ubriacatura di mondanità accompagnata dal declino della moralità, della coscienza civile, del senso delle istituzioni, del rispetto della

legalità, e dall’occupazione pervasi va e sistematica del po­tere da parte della partitocrazia arrogante e inquinata dalla corruzione “Mutazione antropologica” e crisi del “Palazzo” ­per dirla con Pier Paolo Pasolini, vengono così a fondersi e in questo quadro esplodono i primi anni ’90, il loro tracollo s istituzionale e politico fino all’ allarmante approdo attuale della vicenda repubblica.

 

Libriultima modifica: 2009-12-21T09:15:00+00:00da anpironc
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