Se un giorno d’estate un pellegrino a Mauthausen

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Mauthausen, nell’immaginario comune, significa inferno per antonomasia. E’ quindi con un certo stupore che, arrivandoci ad agosto, il pellegrino si trova in un posto paradisiaco, tutt’altro che cupo e triste: colline verde smeraldo, briciole di case sparpagliate, qualche campanile aguzzo, a ricordare la presenza di uomini e donne di fede. Sullo sfondo, solenne e non troppo lontana, la corona alpina. Una grande pace si distende sui boschi e sui campi, profonda ed imperturbabile, quella che nemmeno le rombanti automobili nere e lucenti rompevano, salendo verso la cima del colle, a portarci Alfred Speer e gli alti ufficiali delle SS. Andavano ad ispezionare il luogo delle cave da cui avrebbero estratto il granito per il Reich, per la gloriosa e solenne capitale imperiale che l’architetto di Hitler stava progettando. Lo ritennero un posto adatto alla costruzione di un campo di concentramento: i lavori fervevano, i prigionieri-schiavi morivano a migliaia, passando per il camino, ma nessuno sembrava accorgersi di quanto succedeva lì, a Gusen o in ognuno degli altri 47 campi dipendenti dal “Mutterlager”, il “càmpo-madre”. Come se tutti fossero sordomuti o non capissero: teste dure per condizionamento e paura, più che per atavismo. E che dopo la liberazione divennero anche vuote, nel tentativo di rimuovere, insieme alla memoria, il senso di colpa. Tant’è che di Gusen non è rimasto che un forno protetto dal cemento armato di un memoriale, fatto costruire da ex internati prima che se ne cancellasse ogni traccia.

La granitica fortezza di Mauthausen, vista dal basso, si presenta oggi come un maniero dall’aspetto grave e maestoso, il cui la spazio esterno accoglie una vasca che serviva da piscina alle SS, affinché si mantenessero in forma. Solo le imponenti torri di guardia evocano sinistre figure in agguato, armi puntate. Ma il piazzale delle autorimesse sembrerebbe piuttosto una scuderia, a cintura dello spazio antistante l’austero ed elegante edificio, fregiato dalla balaustra vagamente barocca di un balconcino: l’alloggio da dove il comandante osservava i prigionieri, ammassati

come bestiame, nudi come rane, nell’ampio piazzale dell’appello, prima che fossero trasferiti nel settore delle baracche e abbandonati all’arbitrio dei kapos. Sembra di vederlo, il comandante Ziereis, mentre solleva gli occhi di scherno e ripulsa dai prigionieri per posarli, annoiati, sul paesaggio circostante, indifeso, svuotato degli abitanti, cacciati altrove per fare spazio all’industria della morte. Senza più canti di uccello nei boschi, né donne che aspettano sulla porta della cascina. Solo squallore, perché di lì è passato il rombo della guerra, dell’odio e della morte. Varcata la soglia dell’inferno, il pellegrino attraversa un’ampia area, che immette nella famigerata “scala della morte”: centottantasei gradini su cui arrancare con quaranta chili di pietra in spalla, oppure morire, se il corpo denutrito non li reggeva più, diventando inutili. La spianata, ora, è riservata ai Monumenti delle Nazioni: quello italiano un muro tappezzato di dediche, nomi e date, che denunciano la giovane età della maggioranza dei martiri. Targhe poste nel tempo da

numerose delegazioni, venute fin qui per non dimenticarsi di ricordare. Quando infine il pellegrino oltrepassa il portone che introduce alle baracche, ha l’impressione di sprofondarci, in quell’inferno: il filo spinato elettrico, dove spesso del si attaccavano per mettere fine all’inumana sofferenza, il muro del pianto, a cui i prigionieri venivano incatenati per giorni, sotto qualsiasi intemperie, le stanze della disinfestazione, le camerate in cui erano

stipate anche mille e più persone, tra escrementi da dissenteria e pidocchi, le docce allo zyklon B, i forni crematori… Un supermarket del terrore, dove persino la morte è stata umiliata da uomini perversi e tirannici. E dove lei stessa si è resa schiava dei di, disperati, che si sono buttati dalla “parete dei paracadutisti”, a strapiombo sulla cava. Una fine rapida, da desiderarsi devotamente, piuttosto che venire brutalmente torturati o sbranati da cani inferociti dopo un’inutile fuga, come quella dei russi, evasi in cinquecento e sopravvissuti in otto. Una morte più indulgente dell’effimera esistenza dei “musulmani”, ridotti a meri oggetti, semplici organismi viventi privi di dignità, e senza una qualsiasi forma di stimolo interno, esauriti fisicamente e moralmente i, al punto di non essere in grado di reagire al peso schiacciante dell’ambiente. Perché questo era il prezzo della vita, per chi non o aveva difese psicologiche o di altro genere, che gli consentissero di sopravvivere, di elaborare sistemi difensivi, di dominare i sentimenti di ostilità che li avrebbero resi bersagli della rabbia. Annientandoli. Anche se lì la tortura e la morte avevano spesso un rapporto causale con il comportamento degli internati.

 

E’ qui, di fronte ad un processo di disuma­nizzazione senza precedenti, che il pelle­grino non trova le parole per dire ciò che sente, sospeso tra l’incredulità, la vergogna e l’angoscia.

Possibile che la sua civiltà, così evoluta e raffinata, abbia prodotto tanto orrore, programmandolo fino nei dettagli?

Distribuendone il modello per mezza la Europa, con puntigliosa determinazione, senza che nessuno di chi avrebbe dovuto si sia levato a condannare?

Ma forte è anche lo smarrimento, poiché, oggi come un tempo, trionfano l’assenza e la distanza. La medesima concezione dell’uomo come merce, da scartare quando non più utilizzabile. E l’indifferenza, che allora ignorò ed og­gi rimuove, è tuttora lo specchio di uno smisurato egoismo, che dissipa ogni sentimento. Per cui crescono l’insoddisfazione, l’inquietudine e il tedio, il rifiuto le di ogni responsabilità.

Come non paventare un nuovo diluvio su questo mondo malato di oblio, che in nome della sicurezza assiste imperturbato ai cosiddetti respingimenti? Novelli genocidi, stragi di innocenti, che vengono dal mare su sgangherati gommoni e sono contrabbandati per pericolosi criminali. Difficile non lasciarsi sopraffare dal pessi­mismo, di fronte al pensiero brodaglia di­lagante e alla verità defraudata, inaridita, che rende la lotta dura, difficile. Intacca le

energie morali e spirituali.

Se un giorno d’estate un pellegrino a Mauthausenultima modifica: 2009-12-21T19:42:00+00:00da anpironc
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