Le Foibe: oltre i silenzi, le rimozioni, le strumentalizzazioni

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Questo il titolo di un convegno pro­mosso dalla rivista “Storia e Memoria”, semestrale dell’Istituto Ligure per la storia della Resistenza e dell’età con­temporanea. Con la partecipazione dei più qualificati studiosi della mate­ria: Vinci, Mantelli, Bertuzzi, Spazzali, Troha, Rumici, Oliva, Pupo, Belci, Germinario.

Certo è che il silenzio che per lun­go tempo ha accompagnato que­sto fenomeno, una sorta di rimo­zione politico-freudiana, ha con­sentito che una vicenda oltremodo complessa fosse ridotta a somma­rie considerazioni. Da un lato la ri­nuncia del PCI italiano, in nome dell’internazionalismo proletario, a giudicare severamente l’ambiguità di certe condotte, dall’altro il basso profilo tenuto dalla DC degasperiana e degli stessi Alleati di fronte al dram­ma dei profughi e alla questione della sovranità limitata italiana su Trieste, per non indebolire Tito dopo lo strap­po con Mosca.

E’ alla luce di queste due considera­zioni che si deve guardare al “tabù” delle foibe, raramente affrontato dalla storiografia e del tutto ignorato per decenni dalla pubblicistica scolasti­ca. Un vuoto che ha lasciato tracce nella proliferazione di libelli dema­gogici e l’alimentazione di nuove dozzi­nali polemiche, funzionali a precise operazioni di legittimazione (e spe­culare delegittimazione) politica.

Il convegno di cui ci occupiamo a partire da questo numero, si ripropo­ne di fare un rigoroso bilancio della storiografia italiana e slovena, relativa­mente a una tragedia la cui dinamica va inserita in uno specifico contesto storico, caratterizzato da una pluralità di elementi: nazionalistici, ideologici, politici, sociali, etnici.

Ci si augura che le Amministrazioni bresciane tengano conto di questo contributo e non continuino ad affida­re a persone di scarsa o nulla cultura storica il compito di parlare di foibe nelle scuole, impiegando oltretutto ingenti fondi pubblici.

Incominciamo con il riportare una sintesi dell’intervento di Anna Maria Vinci, dal titolo:

 

Vent’ anni di politica Fascista nell’area orientale.

 

Per capire ciò che rischia di essere una nebulosa, bisogna conoscere il contesto da cui il fenomeno è nato: il disastro del primo dopoguerra. Qui le distruzioni maggiori, gli sconvolgi­menti più radicali, il potere militare che sostituisce e sovrasta il potere civile, esercitando il diritto di conqui­sta come dominio assoluto. I poteri forti, militari ed economici, puntano ad una vittoria “non mutilata”: un’idea mito che attraversa tutto il ventennio, inarcandosi nei discorsi di propagan­da che parlano di Trieste come “la nuova trincea d’Italia per la sua ne­cessaria espansione verso il mondo danubiano, levantino, balcanico”.

Un tema legato alla “spigolosa ruvi­dità del risveglio” in queste zone, che rinforza il senso di spaesamento, ri­guarda la cittadinanza, resa spesso complicata da ottenere, creando un vuoto colmato da presenze di nazio­nalità italiana e non sospette politica­mente.

Significativa la vicenda del clero “allogeno”: nel 1923, su 63 domande la prefettura ne respinge 41, anche se poi il richiamo del Ministero dell’in­terno la invita a rivedere tale rigore: è in fieri il riavvicinamento del fascismo al mondo cattolico, quale si evince da una lettera dell’arcivescovo di Pola a Mussolini, dove si pone l’equivalenza clero/mantenimento dell’or­dine.

Tuttavia solo uno dei 41 ricorsi degli esclusi dalla cittadinanza viene ac­cettato dal Prefetto di Trieste.

Il “fascismo di frontiera” si esprime dunque con aggressività nei confron­ti dei nemici interni ed esterni: le squadre armate, guidate dal toscano Francesco Giunta, si coniugano con il senso di “guerra non finita e da non finire” dei poteri militari e scorrazza­no da un capo all’altro della regione, raccogliendo i disorientati, gli inquie­ti, masse di persone rifiutate da altri schieramenti. La loro violenza è de­vastante, secondo modelli e tipologie di carattere bellico.

Nel 1920 l’incendio del Norodmi Dom e paralleli atti di violenza a Pola e Pisino, segnano una data di svolta simbolica: “La Venezia Giulia” – affer­ma il Giunta – “ha il posto che nel medioevo ebbero le marche di confi­ne contro l’invasione straniera”

La federazione del fascio di Trieste conta, nel 1921, 14.000 iscritti. Il loro progetto è un coacervo di ideologie di ordine e ribellione, gerarchia ed eversione per una nuova idea di na­zione e patria.

Piero Pisenti, rappresentante della borghesia agraria e industriale friula­na, futuro ministro di Salò, sostiene che la dittatura è necessaria come “imperio della parte più sana della nazione sui partiti degenerati, come imposizione necessaria e violenta dell’ordine”.

I ceti medi, da parte loro, avanzano altisonanti richieste contra barbaros, invocando l’espulsione di tutti gli “stranieri”.

L’eversione, fattasi violenza di Stato, ha, con l’ossessione dell’omologa­zione, l’obiettivo di distruggere l’iden­tità slovena e croata in quella che è ormai considerata solo patria italia­na.

La “bonifica” etnica della regione, in nome della cultura della razza supe­riore, viene attuata innanzitutto im­pedendo l’uso pubblico della lingua slovena e croata (abolizione della stampa “allogena”, soppressione dell’insegnamento, chiusura dei cir­coli culturali).

Una legge del 1926 prevede che si debbano “restituire di fatto e d’auto­rità” i cognomi in forma italiana e si affida tale “riduzione” al PNF.

A tali provvedimenti si accompagna­no la persecuzione di preti, maestri, capi villaggio e la liquidazione del tessuto cooperativo e creditizio sla­vo. La borghesia impiegata negli uffi­ci pubblici,

nelle professioni e nell’economia pri­vata viene sostituita da uomini di provata fede italiana.

Senza dimenticare l’azione deterrente dei provvedimenti polizieschi (ammoni­zione, confino, carcerazione, condanne a morte del Tribunale Speciale) e la creazione dell’Ispettorato speciale del Carso con fini di controllo capillare dell’area.

Alla fine degli anni Trenta, quando co­minciano a soffiare venti di guerra, l’azione di “bonifica” accentua il pro­cesso di “saturazione” del territorio mediante “la presenza della nostra razza”.

E’ lecito parlare di razzismo coloniale nei confronti degli slavi, con deva­stante efficacia. Il concetto di civiltà contro non-civiltà legittima linguaggi aspri, denigrazione, violenze, che scavano un’offesa profonda, cresciu­ta a dismisura e di cui il fascismo ha giocato un ruolo decisivo.

La stessa Chiesa cattolica viene esposta alle pressioni, anche dopo il 1929, e numerosi preti sloveni e cro­ati sono mandati al confino, senza contare l’allontanamento dell’arcive­scovo di Gorizia e del vescovo di Trieste.

Forti spinte migratorie verso l’Ameri­ca o la Jugoslavia scompaginano i nuclei croati e sloveni, un esodo dif­ficile da quantificare: tuttavia i dati del censimento del 1939 rivelano un calo della popolazione slava entro i confini del Regno d’Italia. Mentre la presenza, ancora, di 400.000 “allo­glotti” , alla vigilia della guerra, suona come minaccia per il regime e falli­mento dell’opera di snazionalizzazio­ne delle popolazioni slave.

Il frutto avvelenato di vent’anni di la­cerazioni ed insipienze viene così la­sciato in pasto alle nuove violenze che solo la guerra è in grado di ali­mentare: una nuova ondata di intolle­ranza, nei confronti di slavi ed ebrei, scuote nel 1941 la città di Trieste. “Squadroni della morte” si aggirano, seminando terrore ed evocando lo spettro della vendetta.

Basta questo a spiegare quanto ac­cadde nel dopoguerra?

La tragedia della guerra e dell’occu­pazione fascista della Jugoslavia va confrontata con altri progetti di vio­lenza e con altri abissi di odio che nessuno volle o fu in grado di con­trollare. La vendetta fu spesso un pretesto, mentre la violazione dei di­ritti dell’uomo fu una realtà che nes­suna promessa di un mondo migliore poteva giustificare.

La necessità di spiegare non deve togliere nulla alla rilevanza degli ac­cadimenti, alle fratture e lacerazioni che hanno voluto capovolgere il pas­sato, ma con le stesse logiche di di­sumanità. Spiegare non serve, se non c’è questa presa di coscienza che è anche smarrimento.

 

Bibliografia essenziale:

 

– A.VINCI,

Il fascismo al confine orientale, in Storia d’Italia. Le regioni dall’unità a oggi Friuli Venezia Giulia. Torino 2002

– E.COllOTTI,

Sul razzismo antislavo, in BURGIO (a cura di), Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia 1870-1945, Bologna 1999

– A.MILLO,

L’élite al potere a Trieste. Una biografia collettiva, 1891-1938, Milano 1989

– VERGINELLA, VOLK, COWA,

Storia e memoria degli sloveni dellito­rale. Fascismo, guerra, resistenza, Trieste 1994

– D.MATTIUSSI,

Il partito nazionale fascista a Trieste, Trieste 2002

– M.CATTARUZZA,

Nazionalismi di frontiera: identità con­trapposte sull’Adriatico nord-orientale, 1850-1950, Soveria Mannelli 2003

– CATTARUZZA, DOGO, PUPO,

Esodi. Spostamenti forzati di popola­zione nell’Europa del Novecento, Napoli 2000

– F. CECOTTI,

Un esilio che non ha pari, Gorizia 2001

 

 

Bruna Franceschini

Le Foibe: oltre i silenzi, le rimozioni, le strumentalizzazioniultima modifica: 2009-12-22T12:48:26+00:00da anpironc
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